La Storia

 

Quadro Storico

Nel medioevo a Molfetta si provvedeva alla sepoltura dei morti attraverso luoghi ben precisi in cui si compivano le inumazioni, per le quali avevano cura l’autorità del vescovo e le comunità monastiche. Vi era la “carnaria”, ovvero la fossa comune nella quale erano inumati tutti indistintamente, sita in un terreno fuori dalle mura della città, di proprietà dell’episcopio, attorno ad un leggendario sepolcro di dodici pellegrini martiri e sulla quale, nel 1162, si dette inizio alla costruzione di una cappella funeraria dedicata alla Vergine Maria e ai santi martiri (Madonna dei Martiri).

Durante la visita del 1608 Mons. Bovio pregò sulle sepolture dei sacerdoti e dei chierici nell’antico duomo; successivamente nel 1613 si fermò in preghiera sul sepolcro delle monache di S.Pietro e su quello del Monte di Pietà.

Per le sepolture dei morti erano le chiese degli organi mendicanti ad essere preferite, anche se sedi di confraternite come quelle della Cattedrale, della Morte, di S.Domenico, di S.Andrea, della S.ma Trinità, di S.Stefano.

Nel XVII secolo accanto a sepolture presso chiese alquanto distanti dal centro abitato, quali S.Maria dei Martiri e S. Maria Rosarum, iniziano le inumazioni nelle chiese di costruzione più recente: Cappuccini, Gesuiti e S.Maria Consolatrice degli afflitti.

 

La Fondazione della Confraternita

E’ difficile stabilire con precisione a chi debba risalire la volontà di fondare in Molfetta una confraternita della Morte poiché, secondo quanto afferma Ph. Ariès, “gli uomini caritatevoli, tra il Tre ed il Seicento, feriti dall’abbandono in cui erano lasciati i poveri morti, in una società già relativamente urbanizzata, hanno cercato di rimediare a ciò che sembrava loro l’effetto più crudele di tale abbandono, cioè la mancanza di soccorso da parte della Chiesa. Non sopportavano che gli annegati, i sinistrati anonimi, fossero così lasciati tra i rifiuti come le bestie, i giustiziati o gli scomunicati. Si organizzarono dunque in confraternite per assicurare loro una sepoltura in terra consacrata, con le preghiere della Chiesa, senz’essere peraltro turbati dall’anonimato delle sepolture di carità che diventerà invece insopportabile due secoli più tardi.”

Mons. Bovio il 22 novembre 1613 testimoniò formalmente all’Arciconfraternita di S. Maria dell’Orazione e Morte di Roma il suo consenso e beneplacito nei confronti della confraternita “piorum hominum” eretta nella chiesa di S.Francesco nel suburbio di Molfetta, sotto il titolo di “Confraternita della Morte”. Egli stesso postulò l’aggregazione all’Arciconfraternita romana e da cui i confratelli adottarono il sacco “nigri colirs et imagine mortis super humero sinistro”. Loro scopo principale la sepoltura dei poveri.

Il collegio degli officiali era composto dal priore, da due visitatori, da un cassiere (banco) e dal cancelliere, mentre il numero dei confratelli era di trentotto. Quanto alle prime regole, si sa che Mons. Bovio dispose, come per le altre confraternite, l’espulsione dei soci assenti per tre volte ingiustificatamente nell’assolvimento degli obblighi e che i confratelli dovevano anche impegnarsi nella ricerca delle elemosine.

Nei primi mesi della propria vita, probabilmente sotto lo stimolo di Mons. Bovio, la confraternita iniziò la procedura necessaria ad ottenere l’aggregazione presso l’Arciconfraternita di S. Maria della Orazione e Morte di Roma. L’atto dell’aggregazione, favorito dalla curia romana con varie concessioni alla fine del sec. XVI, permetteva alle confraternite affiliate di godere delle indulgenze e dei benefici spirituali propri delle arciconfraternite romane.

Un altro documento del 15 gennaio 1614 testimonia quanto rapidamente si sia sviluppata l’organizzazione della confraternita. In quella data il priore presentò una richiesta a Mons. Bovio perché concedesse alla confraternita il passaggio dalla sede originaria alla chiesa destructa di S.Maria del Principe, ottenuta in prestito dalle monache di S.Pietro.

Giungendo alle soglie del secolo XVIII, si hanno notizie più numerose e precise in ordine alla confraternita, desunte dalla visita pastorale del 1699 compiuta da mons. Pompeo Sarnelli, vescovo di Bisceglie, per mandato del vescovo di Molfetta mons. Bellisario de Bellis. La confraternita della morte fu visitata dal Vescovo biscegliese il 4 giugno 1699 e dall’incontro con il priore, maestro Francesco de Leone, Sarnelli potè stendere una relazione particolareggiata sullo stato della confraternita a novant’anni quasi dalla sua fondazione. I confratelli non possedevano alcun documento probante la data di fondazione del sodalizio, tuttavia era ritenuto fra i più antichi della città. Conoscevano però l’aggregazione all’arciconfraternita  di S. Maria dell’Orazione e Morte di Roma avvenuta il 28 gennaio 1614, datato 25 agosto 1695, ed avevano esposta una tabella con le indulgenze ottenute in seguito all’aggregazione. La confraternita non possedeva statuti, ma era consuetudine che si eleggessero gli officiali con voto segreto nella festa dei Santi Pietro e Paolo. Officiali erano il priore, un cassiere e il cancelliere, ma vi erano anche un avvocato e un notaio con funzione di procuratore. I confratelli erano in numero di cinquanta e quando un socio entrava a far parte del sodalizio, versava alla cassa quattro ducati, per i quali godeva in morte di sessanta messe in suffragio della sua anima, mentre per la moglie ne sarebbero state celebrate altre venti. Il sacco dei confratelli era sempre quello nero con il cappuccio e l’emblema della confraternita sul petto: il cranio con una croce sovrapposta. Con esso partecipavano alle processioni e ai funerali recando anche un vessillo di damasco violaceo che riportava da una parte l’immagine della Morte, dall’altra quella di S. Maria del Pianto. Possedevano anche un’immagine del crocifisso decorata di un drappo di seta aurifregiato. Era consuetudine che ogni confratello venisse sepolto con il proprio sacco.

La Confraternita aveva sovrapposto all’antico titolo quello di “S.Maria del Pianto” lasciando intendere una disposizione particolarmente devota nei confronti di Maria, Vergine Addolorata, ma aveva assunto quale propria patrona S. Maria Maddalena, di cui celebrava la festa e per la quale aveva ottenuto l’indulgenza plenaria settennale. Probabilmente di questa santa i confratelli tendevano ad imitarne lo spirito di conversione e di penitenza.

La visita di Mons. Fabrizio Antonio Salerni, compiuta il 29 novembre 1715, aggiunse altre notizie: dalla copia di un documento trascritto nella platea dei beni appartenenti alla confraternita essa risultava fondata, con il consenso di Mon. Bovio, nella chiesa di S. Maria del Pianto il 26 aprile 1613 e aggregata all’arciconfraternita romana nel 1614. I nuovi confratelli pagavano cinque ducati al loro ingresso nella confraternita, mentre i figli dei confratelli versavano solo venticinque carlini.

Appare accresciuta la serie di iniziative fatte proprie dalla confraternita che intraprese a celebrare la festa dei dolori della Beata Vergine Maria accanto a quella di S. Maria Maddalena. Senza trascurare la sepoltura dei poveri, aumentò il culto in suffragio di essi e dei confratelli defunti: nel giorno della commemorazione di tutti i fedeli defunti si celebrava la messa di suffragio; così pure dopo la festa di S. Maria Maddalena e nell’anniversario della morte di ciascun confratello. Inoltre la confraternita prese a stanziare aliquum subsidium per la liberazione dei prigionieri, probabilmente catturati dai turchi, ed anche per i poveri e per i confratelli indigenti.

Ultima iniziativa intrapresa, divenuta tradizione secolare della città, è quella della processione nella sera del Venerdì Santo nella quale si recavano per la città alcune statue rappresentanti la passione di Gesù. In tal senso risulta che all’interno della chiesa della Morte vi era un armadio nel quale erano custodite le statue, mentre in uno stipes concavus c’era la statua lignea di Cristo morto.

Dall’inventario degli oggetti di proprietà della confraternita, presentato al Vescovo per la visita reale, si ricava che vi fosse una statua della Madonna dei sette dolori, per la quale la confraternita possedeva una veste, un busto, due maniche, un velo ed un manto; similmente per la statua della Veronica.

Negli atti del Sinodo di mons. Salerni del 1726, “per contenere lo zelo e per moderare le iniziative individuali e di gruppo, fu stabilita la norma che non si potevano introdurre nuove processioni senza licenza vescovile e pertanto se ne stabilivano ventisei in tutto l’anno; di tutte si stabilivano l’itinerario e ne nominavano i direttori”.

Pertanto il tragitto della processione viene così descritto: “la sera del Venerdì Santo esce dalla Chiesa della Morte per la strada di S. Lorenzo, va per la Piazza, per il Salvatore, passa per la cattedrale, si avvia per S. Girolamo, per S. Pietro, per la Mente, esce per il Borgo, rientra per la Porta del Castello, per li Molini torna alla medesima Chiesa”.

 

Lo Statuto del 1763

Fino al 1763 non risulta che la Confraternita possedesse statuti scritti, piuttosto la vita era regolata da consuetudini e norme tramandate di generazione in generazione.

La politica ecclesiastica dei Borboni aveva indotto tutte le confraternite a stilare i propri statuti; la Confraternita della Morte fu la prima a Molfetta a rispondere alla legislazione regia presentando al re i suoi statuti e ricevendo presto il regio assenso.

La petizione indirizzata a Ferdinando IV, con lo statuto allegato, fu sottoscritta il 20 febbraio 1763 da Felice Comar, priore e dagli officiali e confratelli, alla presenza del cancelliere D. Corrado Visaggio, che autenticò le firme e impresse sul documento il sigillo della confraternita. Il testo dello statuto approvato si componeva di quindici capitoli suddivisi in tre parti: la prima riguarda l’accettazione dei nuovi confratelli (cap. I), la seconda espone il numero e il modo di eleggere gli officiali e i compiti e le competenze di ciascuno nell’ambito del proprio ufficio (cap. 2-13); l’ultima parte illustra gli scopi specifici del sodalizio, gli obblighi dei confratelli in ordine al servizio di carità da prestare e le festività che la devozione dei soci spingeva a celebrare con solennità (cap. 14-15).

Lo Statuto fu presentato al Re dal Cappellano Maggiore con parere favorevole e il sovrano concesse il suo assenso.

 

La Chiesa di S. Maria del Pianto detta “della Morte”

La chiesa che accolse il sorgere della nuova confraternita nel 1613 fu S.Francesco, retta dai frati minori conventuali. Con molta probabilità questi religiosi non ebbero alcun influsso sulla vita della congrega, tant’è che il vescovo autorizzò il trasferimento della confraternita nella chiesa di S. Maria del Principe.

Nello stesso anno la badessa e le monache chiesero a mons. Bovio di convertire in usi profani la chiesa “distrutta et rovinata posta nella Città di Molfetta alla strada di S. Lorenzo, la quale non conviene che restando chiesa, stia così maltrattata; et dal altra parte esse et il Monasterio loro poverissimo non hanno il modo di poterla ristaurare perché a gran fatiga hanno da vivere”.

Il Vescovo concesse alle monache di utilizzare in altro modo i locali della chiesa, ma prescrisse che fossero prima traslati i resti mortali deposti sotto il pavimento di essa. La chiesa, invece, non fu profanata ma concessa alla confraternita della Morte in cambio di un anno censo e ben presto essa fu denominata come “chiesa della Morte” e più tardi “S. Maria del Pianto”. I confratelli iniziarono i lavori di restauro e riaprirono al culto il pio luogo, che divenne praticabile nel 1618 e che diventò attivo nel 1621, come risulta dall’epigrafe posta sull’ingresso principale.